Dipendenza emotiva: quando non amiamo credendo di amare

Parlando di dipendenza emotiva ricordo quando ero ragazza.

Mi succedeva spesso, fino a qualche anno fa, di provare nostalgia rivedendo qualche mia foto di quando avevo una ventina d’anni. Nostalgia per “la me stessa piena di vita, entusiasmo, voglia di farmi in quattro per fare contenti gli altri”.

In particolare mi torna in mente l’enorme entusiasmo che mettevo nel cercare in tutti i modi di aiutare mio padre, dopo che mia madre era morta.

Lui era distrutto, aveva riposto in lei e nell’idea della nostra famiglia unita tutta la sua felicità, e alternava momenti di dolore ad altri di profonda rabbia per ciò che era accaduto e che per lui costituiva la fine di tutto.

Buttarmi anima e corpo nel tentativo di alleviargli anche di poco la sua sofferenza, fargli sentire che c’ero, che valeva ancora la pena vivere e lottare per qualcosa, assorbiva tutte le mie energie e mi aiutava a guardare avanti con coraggio e positività.

Gli cucinavo continuamente i piatti migliori che riuscivo a fare e soprattutto mi alzavo tutte le mattine prima dell’alba per accompagnarlo in campagna e fargli sentire che, anche se non c’era più mia madre, c’ero io al suo posto.

Cercavo di sostituirla in tutti i modi per mostrargli che non era solo, che c’ero io a condividere questa sua grande passione per la campagna e ad aiutarlo nella raccolta e nei lavori.

Portavo i panieri più pesanti e percorrevo la salita ripida con orgoglio ed entusiasmo, e ogni volta mi caricavo di pesi sempre maggiori.

Quando ho iniziato a frequentare l’università, facevo il possibile per prendere il massimo dei voti, perché sapevo che mio padre ne sarebbe stato felicissimo .

Tutte le persone con cui venivamo in contatto mi additavano come la figlia modello, e dicevano che mio padre era fortunatissimo.

Eppure io ero tanto infelice.

 

Dipendenza emotiva: infelici anche se ci sembra di amare

Dipendenza Emotiva

Spesso piangevo nell’ombra, sperando che mio padre mi notasse.

Tutte quelle parole di stima, di ammirazione, di approvazione, di affetto, io le avrei volute da mio padre.

E invece ricevevo solo critiche, disappunto per come facevo le cose (mai perfette per lui), e mi sentivo invisibile, come se non esistessi.

Per lui esisteva solo quello che non c’era più, e che non sarebbe mai più tornato.

Perché provavo nostalgia per la me stessa di un tempo?

Perché credevo erroneamente di aver perso per sempre quell’entusiasmo giovanile, quella grinta, quella voglia di lottare, schiacciata dalla delusione e dalla disillusione.

Mi dicevo che non ero più capace di amare come da ragazza, perché al posto dell’entusiasmo, della voglia autentica di voler vedere un sorriso sul volto di mio padre, si erano sostituiti l’indifferenza e il risentimento.

Ma era vera questa cosa, che nel mio entusiasmo ed energia ci fosse amore?

E come aveva fatto, se era amore, a trasformarsi in indifferenza?

Semplicemente perché, contrariamente a come credevo fermamente, non stavo veramente amando.

Io credevo di amare, di donare tutta me stessa, la mia energia, il mio impegno, la mia presenza, ma ero invece spinta da una dipendenza emotiva, un profondo bisogno, anzi due.

  1. La disperata ricerca di approvazione da parte di mio padre.
  2. La compensazione per la perdita di mia madre attraverso l’impegno di far stare bene mio padre.

Pensavo che dedicarmi anima e corpo a portare gioia nella sua vita avrebbe aiutato anche me a superare il mio di dolore, e occuparmi di lui, che mia madre aveva amato, era un modo per farla continuare a vivere, un ulteriore modo per sentirla vicina.

Ma chi c’era al centro di tutto questo?

Io.

Io e i miei disperati bisogni.

Bisogni miei, come quello di ricevere parole ed esternazioni di affetto e approvazione da mio padre.

Era per me un’abitudine, quella di cercare l’approvazione e l’amore dei miei genitori e degli adulti, non conoscevo altro modo per stare bene, per sentire che esistevo, che valevo.

Questo alimenta la nostra dipendenza dagli altri.

E più non sentivo di riceverlo, più lottavo e intensificavo il mio sforzo, aumentavo le volte in cui lo accompagnavo in campagna, portavo panieri sempre più pesanti, e durante la raccolta delle olive cercavo di raccoglierne il più possibile, cercando di eguagliare se non superare il record di raccolta che mio padre mi ricordava ogni volta di aver raggiunto con mia madre.

Aumentavo il peso di cui riuscivo a caricarmi ma ogni volta aggiungevo anche un grande peso sul cuore, quello della mia pretesa di vederlo contento e soddisfatto, e di sentirmi dire “sono felice che ci sei”.

E più lui guardava solo alle cose negative della sua vita, comprese le cose che non condivideva di me, più soffrivo e vedevo lontana la mia meta.

Finché col tempo, ma soprattutto le parole e l’esempio di una persona a cui sarò per sempre grata, ho iniziato a capire perché un gesto di per sé così bello come quello di stare vicino a un padre rimasto solo e aiutarlo, fosse diventato fonte di così grande sofferenza.

La mia regola secondo cui per stare bene avevo bisogno della sua approvazione, del suo affetto, e la pretesa che il mio contributo, il mio continuo andare e venire facendomi ogni volta 800 km e spesso superando anche i miei limiti fisici, mi dovessero necessariamente far ottenere il suo sorriso, il suo benessere e la sua gratitudine, esattamente come ero abituata a ricevere da mia madre e da tutte le altre persone.

La gratitudine, l’amore, il sorriso, l’ottimismo, sono tutte cose meravigliose, ma nel momento in cui iniziamo a pretenderle, nella ferma convinzione che siano il “giusto” frutto di tutto il nostro impegno e di tutto quello che doniamo, diventano una trappola, che ci imprigiona e ci procura sofferenza.

 

La trappola del bisogno

dipendenza emotiva come uscirne

Spesso non mettiamo neanche in discussione il fatto che ci possa essere un’alternativa alla nostra rigida visione, convinti che alcune cose ci siano “dovute”, le diamo per scontate semplicemente perché siamo stati fino a quel momento abituati così.

E diventiamo sempre più dipendenti, e più lottiamo per ottenere quello che ci sembra indispensabile per la nostra felicità, e più la trappola stringe la morsa, e più noi ci attacchiamo, lottiamo, ci intestardiamo.

Incapaci tra l’altro di cogliere tutto quanto di bello e positivo c’è attorno a noi.

E così io non consideravo neanche le parole di stima e affetto che mi rivolgevano le persone, anzi erano per me fonte di sofferenza perché mi ricordavano ancora una volta come mio padre fosse tutto l’opposto.

Ma siamo sempre liberi di invertire la rotta in qualsiasi momento, dipende da noi, e questo accade nel momento in cui riusciamo a lasciare la presa, e a comprendere in profondità che un gesto di amore autentico trova la propria ricompensa in se stesso, e non ci serve più che gli altri lo comprendano, lo apprezzino, e ce lo dimostrino.

Oltretutto, molto spesso ci fissiamo di non ricevere quello che desideriamo solo perché non ci viene dato esattamente nel modo in cui lo vogliamo e ce lo aspettiamo (altra regola).

Era vero che mio padre non apprezzava il mio impegno? Me lo dimostrava magari a modo suo, perché era l’unico modo che conosceva per farlo.

Semplicemente io non ero capace di comprendere la sua lingua, andare al di là delle parole.

Era vero che “se io ci fossi o no sarebbe stato identico, tanto era comunque arrabbiato col mondo, pessimista e criticone?”

Oggi mi rispondo con un’altra domanda: e se io non ci fossi stata, non sarebbe stato molto peggio per lui?

Non mi serve più che me lo dica lui, perché conosco dentro di me la risposta.

Possiamo riuscire ad amare davvero solo quando ci liberiamo dal bisogno di ottenere gratitudine o riconoscimento per ciò che facciamo, quando comprendiamo che nei momenti in cui doniamo tutto quello che possiamo, in modo incondizionato e per la gioia intrinseca di farlo, questo ci dà tutto ciò che ci serve per essere felici.

E da un bel po’ non provo più nostalgia per la “me stessa piena di amore” che erroneamente credevo di aver perso per strada, perché a spingermi non era vero amore (ma dipendenza emotiva), e adesso so che è possibile amare in modo molto più autentico, incondizionato e soprattutto libero.


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