Silenzio Imbarazzante: quanti modi per comunicare conosci?

Anche tu conosci quel famoso “silenzio imbarazzante”?
Quello in cui sei davanti ad una persona, vorresti mettere su un discorso e non sai cosa dire?

Qualche mattina fa ero in macchina con mia figlia e mi accingevo ad accompagnarla a scuola.

Un generoso silenzio avvolgeva le nostre menti mentre una giornata di sole dava il benvenuto ad un nuovo giorno.

È stato un attimo, davvero importante, quello in cui ho realizzato che vivere quel silenzio con lei era nutrimento e non vuoto, assenza.

Come un in un rewind super veloce, mi sono rivista qualche anno addietro, nei momenti come questo in cui avvertivo la necessità impellente di dover parlare con lei per “coprire” un silenzio imbarazzante che mi dava fastidio, quasi assordante.

La scusa? Era imbastire un dialogo per non perdere tempo con lei.

La verità? Era che non sapevo cogliere quei silenzi come un momento di spontaneità, leggerezza e presenza di due persone nella loro interezza.

E non era una necessità che si limitava alle mie figlie. Lo era con mio marito, con gli amici, con le persone che incontravo per la prima volta, al lavoro,… 

Insomma, era necessario parlare.

Mi sono arrovellata per anni, disperata a volte, nel vano tentativo di costruire un dialogo con chi, magari, non era abituato ad averne o perlomeno, non sapeva da dove cominciare.

Pensavo che il dialogo fosse un elemento fondamentale in una relazione (a qualunque livello si parli).

Forse mi sbagliavo? Si e no.

 

Silenzio imbarazzante: cosa puoi trovarci se ascolti bene

Silenzio imbarazzante

Mi sbagliavo pensando che spingendomi e spingendo l’altro a parlare avrei sperato di costruire qualcosa di molto importante nel tempo.

Mi sbagliavo perché pensavo che se non avessi avuto dialogo con mio marito e le mie figlie, non avrei saputo aiutarli, capirli e farmi capire.

Mi sbagliavo pensando che il dialogo avesse solo un tipo di canale comunicativo: quello verbale e così, non facevo che allontanarmi da me e dagli altri, di fatto.

Non mi sbagliavo però su una cosa: per capire l’altro, è necessario ascoltare (non sentire) ma anche guardare per vedere.

Mi sono resa conto che ognuno di noi si esprime a suo modo, i dialoghi che cercavo in passato erano quelli che io ritenevo importanti e per me era “normale” averne.

Poi ho capito che la parola “normale”, apparentemente banale, dovevo buttarla nel cestino perché mi stava limitando nel vedere nuove opportunità.

Sai cosa è cambiato da allora? Ho migliorato tantissimo le mie relazioni, comunico di più con chi mi sta attorno ma apprezzo il silenzio come qualcosa di meraviglioso ed unico, come l’altra mattina in macchina con mia figlia.

Come ho fatto? Ho smesso di voler dialogare a tutti i costi.

E questo mi ha “costretta” a fare due cose:

  1. Guardarmi dentro e capire a cosa realmente mi servisse riempire il silenzio.
  2. Ho iniziato ad usare la testa osservando con attenzione i gesti, gli sguardi delle persone che mi circondano (messaggi non verbali) cogliendo molte più cose di quelle che pensavo.

In questo modo, ho imparato a capire davvero l’altro e a non forzare quando vedo che non è necessario farlo.

Ho compreso che chi non è abituato a dialogare non vuol dire che non lo voglia fare, ma che potrebbe avere bisogno di essere compreso e preso per mano dal punto esatto in cui si trova.

Ho cominciato a cogliere le differenze di interessi. Le persone che pensavo non amassero parlare in realtà, non si interessavano agli argomenti che io ritenevo importanti.

Infatti, da quando ho cominciato a non pretendere più il dialogo a modo mio, ho aperto gli occhi e con mia grande meraviglia ho scoperto che non è vero che una persona non è disposta a dialogare. 

Quando tocchi argomenti di loro interesse e partecipi interessandoti davvero a loro, il dialogo si apre eccome! 😀

Ecco, quando ti capita di vivere momenti come il mio in cui ti trovi a voler coprire quel “silenzio imbarazzante”, chiediti: a cosa mi serve?

Se la risposta è realizzare qualcosa di costruttivo, individua cosa e cerca alternative per farlo.

Se invece è solo un tentativo per riempire il silenzio, inizia a vedere ciò che quel silenzio contiene. 

Il silenzio non è un vuoto da riempire ma uno spazio in cui ascoltare.


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